Radici linguistiche e costrutti idiomatici ebraici
L'accusa secondo cui la designazione tradizionale ebraica Baal Teshuvà collegherebbe gli ebrei osservanti al politeismo pagano si fonda su un'incomprensione basilare della grammatica e della linguistica semitica. In ebraico, così come nelle altre lingue semitiche nord-occidentali imparentate, la radice b-ʿ-l (בעל) è un nome comune che denota un proprietario, possessore, maestro o marito. Nell'ebraico classico, biblico e rabbinico, il termine compare regolarmente nello stato costrutto (semikhut) per descrivere una persona che possiede una specifica qualità, competenza, condizione giuridica o responsabilità.
Lungi dall'evocare una divinità, il sostantivo ba'al ricorre costantemente nella terminologia sociale, commerciale e religiosa dell'ebraico quotidiano:
- Ba'al HaBayit: letteralmente «padrone di casa», indica il proprietario di un'abitazione, un locatore o un ospitante nella comunità (Jewish Encyclopedia).
- Ba'al Tefillah: letteralmente «maestro della preghiera», designa il cantore o chi guida la preghiera comunitaria.
- Ba'al Koreh: letteralmente «maestro della lettura», indica il fedele preparato per cantillare la lettura pubblica della Torah in sinagoga.
- Ba'al Chov: termine standard nel diritto civile e commerciale ebraico che identifica un creditore o una parte debitrice in un accordo negoziale.
- Ba'alei Tosafot: gli illustri maestri rabbinici medievali di Francia e Germania, autori dei commentari che annotano il Talmud.
La parola teshuvah deriva dalla radice ebraica sh-u-v, che significa «ritornare». Nel pensiero ebraico, essa descrive il percorso consapevole di ritorno spirituale: riconoscere l'errore commesso, provare sincero rimorso, riparare al danno arrecato e riavvicinarsi ai precetti divini e a una condotta etica. Un Baal Teshuvà (al plurale: Ba'alei Teshuvà) è letteralmente un «maestro del ritorno»: una persona che ha abbracciato la disciplina del pentimento ed è tornata alla pratica religiosa (Jewish Virtual Library). Il Talmud babilonese riserva un onore straordinario a queste figure, rammentando nei trattati Sanhedrin (99a) e Berakhot (34b) che nel luogo spirituale in cui si trovano i penitenti, neppure i giusti assoluti possono accedere.
La condanna biblica del culto di Baal
Il malinteso sfruttato dai polemisti antiebraici nasce dal fatto che i politeisti cananei dell'antichità adottarono l'appellativo «Baal» (ossia «Il Signore» o «Il Padrone») come epiteto per il loro dio delle tempeste e della fertilità, Hadad. Poiché questo sostantivo comune esprimeva la signoria e il possesso in tutto l'antico Levante, i santuari locali cananei presero il nome dalle loro manifestazioni territoriali, come Baal-Peor o Baal-Berit (Jewish Encyclopedia).
Lungi dall'assimilare tale culto pagano, la religione dell'antico Israele e il giudaismo rabbinico si svilupparono in una netta e intransigente contrapposizione al culto di Baal (Jewish Virtual Library). In tutta la Bibbia ebraica (Tanakh), la venerazione di Baal è considerata una gravissima forma di idolatria (avodah zarah) ed è costantemente condannata dagli autori biblici e dai profeti:
- Nel Libro dei Giudici (6:25–32), Gedeone abbatte l'altare di Baal eretto da suo padre e distrugge il palo sacro dell'Asherah situatovi accanto, guadagnandosi il nome di Ierub-Baal.
- Nel Primo Libro dei Re (18:20–40), il profeta Elia sfida 450 profeti di Baal in una prova pubblica sul Monte Carmelo, smascherando l'inconsistenza di Baal e ordinando l'eradicazione del culto idolatrico.
- Nel Libro di Osea (2:16–17), il profeta riporta esplicitamente le parole di Dio, il Quale annuncia che Israele non Lo chiamerà più con il titolo di Ba'ali («mio padrone») a causa delle sue connotazioni pagane: «Le toglierò dalla bocca i nomi dei Baal e non saranno più chiamati per nome».
Contesto storico e significato contemporaneo
Nella storia ebraica contemporanea, l'espressione Baal Teshuvà ha acquisito una vasta risonanza a partire dalla fine del XX secolo per descrivere gli ebrei di estrazione laica che hanno scelto consapevolmente di abbracciare l'osservanza halakhica ortodossa. Il conseguente movimento dei Baal Teshuvà ha dato vita a importanti yeshivot educative e reti comunitarie in Israele, negli Stati Uniti e nell'Europa occidentale, favorendo lo studio e la pratica religiosa per gli adulti (Jewish Virtual Library).
Sostenere che la locuzione Baal Teshuvà dimostri pratiche idolatriche tra gli ebrei osservanti è una calunnia assurda. Si basa su una falsa assimilazione omofonica tra un normale costrutto grammaticale semitico nord-occidentale indicante «possesso» e un antico idolo cananeo, il cui culto è stato categoricamente vietato e combattuto dal monoteismo ebraico per oltre tre millenni.