Inasprimento giudiziario contro i manifestanti politici
Il regime clericale iraniano ha intensificato le ritorsioni giudiziarie contro i partecipanti alle manifestazioni a livello nazionale, emettendo sentenze di condanna a morte e pene detentive pluridecennali tramite i suoi Tribunali rivoluzionari. Secondo gruppi indipendenti di monitoraggio dei diritti umani, questi verdetti concertati colpiscono individui arrestati durante i diffusi disordini civili, a dimostrazione del ricorso di Teheran a meccanismi penali draconiani per reprimere l'opposizione popolare.
Condanne a morte nel carcere di Vakilabad a Mashhad
Le segnalazioni delle organizzazioni per i diritti umani, tra cui la Human Rights Activists News Agency (HRANA) e l'emittente Iran International, rivelano che la Sezione 5 del Tribunale rivoluzionario di Mashhad ha condannato a morte tre manifestanti contrari al regime. Presieduta dal giudice Hossein Yazdankhah, la corte ha emesso la sentenza capitale congiunta con l'imputazione statale di moharebeh, ovvero "guerra contro Dio". I fermati erano stati arrestati dopo le manifestazioni di fine gennaio e successivamente trasferiti nella prigione di Vakilabad a Mashhad. Tra i condannati alla pena capitale c'è il ventitreenne Matin Farnian. Gli osservatori dei diritti umani sottolineano che il reato di moharebeh rimane uno strumento normativo applicato in modo estensivo dai tribunali statali iraniani per punire l'attivismo civico sotto le spoglie della trasgressione religiosa.
Lunghe pene detentive a Teheran
Contemporaneamente, la magistratura ha comminato lunghe pene detentive ai manifestanti trattenuti nella capitale. La Sezione 23 del Tribunale rivoluzionario di Teheran ha condannato due detenute a 22 anni di reclusione ciascuna dopo il loro arresto durante l'ondata di proteste nazionali. Le donne, le cui identità sono in corso di accertamento da parte degli osservatori, sono attualmente recluse nel carcere di Qarchak a Varamin. I procuratori statali hanno condannato entrambe per "spionaggio". Fonti informate hanno riferito che le imputate rischiavano inizialmente la pena di morte, prima che il giudice presidente commutasse l'eventuale condanna in pesanti pene detentive. Le due donne sono coimputate in un procedimento più ampio che coinvolge tre uomini condannati a morte dallo stesso tribunale: il religioso Mehdi Jalali, insieme ai manifestanti Amirreza Rezaei e Vahid Ghahremani.
Repressione sistemica e designazioni per terrorismo
Queste pesanti pene detentive e i verdetti capitali riflettono un modello consolidato documentato da organizzazioni come Human Rights Watch, in cui i tribunali dello Stato privano i detenuti politici delle fondamentali garanzie processuali, dell'accesso a una difesa legale indipendente e della tutela dalle confessioni estorte con la forza. L'apparato giudiziario iraniano opera in stretta sinergia con gli organi di sicurezza e di intelligence statali, tra cui spicca il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica. In risposta alla destabilizzazione e alla violenza promosse dallo Stato, le democrazie occidentali e gli alleati regionali hanno varato sanzioni formali: l'IRGC è stato designato organizzazione terroristica dagli Stati Uniti (2019) e da Israele (2024). I difensori dei diritti umani sostengono che l'applicazione della pena di morte contro i manifestanti costituisca una sistematica violazione dei diritti umani fondamentali, evidenziando la contraddizione insanabile tra i principi democratici di libertà individuale e il governo autoritario della teocrazia iraniana.